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Smart city e città resiliente: Milano verso la transizione ecologica e digitale

Scritto da
Andrea Ballocchi
Smart city e città resiliente: Milano verso la transizione ecologica e digitale

Come sta affrontando la questione dei cambiamenti climatici una realtà come Milano che sa unire l’anima della smart city e città resiliente? «I fattori smart e resilient sono complementari: smart è la mente della città e prima di tutto è il cervello dei cittadini, per gestire e utilizzare i servizi digitali che vengono offerti e le modalità di condivisione connessi. La resilienza caratterizza la parte hardware, l’infrastruttura fisica ma anche sociale e organizzativa capace di adattarsi e rispondere alle diverse esigenze. Quindi questi due termini possono andare di pari passo sia per le politiche di sostenibilità che di circolarità. Bisogna evitare di pensarli come termini disgiunti. Sono elementi strategici per la qualità della vita dei cittadini e per la bellezza della città, che sia sempre più inclusiva, vivibile per tutti».

Piero Pelizzaro
Piero Pelizzaro

A dirlo è Piero Pelizzaro, Chief Resilience Officer del Comune di Milano, per il quale svolge anche il ruolo di direttore della Direzione di Progetto “Città Resilienti”. È il primo responsabile della resilienza cittadina e tuttora unico in Italia e uno degli 83 nel mondo.

Piero Pelizzaro, che cosa significa oggi città resiliente?

Partiamo da una considerazione. Di fronte alla necessità di affrontare il cambiamento climatico è aumentata la sensibilità comune e condivisa da sempre maggiori Paesi. Anche nel corso dell’ultimo G20 su energia e clima si è notato un deciso cambio di marcia. La città resiliente, oggi più che mai, riconosce la necessità di una transizione ecologica e che sa prodigarsi per la giustizia sociale. La pandemia ha innescato una crisi a livello economico e sociale, oltre che sanitaria, che aumenterà ancor più le differenze. E lo farà nel momento stesso in cui non saremo in grado di trovare delle risposte concrete, con soluzioni a breve, medio e lungo e periodo capaci di mitigare gli impatti negativi.

La pandemia ha contribuito a far cogliere l’importanza di contare su una città resiliente?

«Se c’è una cosa che la pandemia ha reso di uso comune è il termine resilienza per vari motivi, da quelli di natura psicologica a quelli legati alla dimensione cittadina. L’Europa, per parte sua, ha messo in luce in maniera determinante questa parola avviando il Recovery and Resilience Facility, comunemente detto Recovery Fund, declinato in Italia col Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

A livello urbano, questo anno e mezzo lo spazio pubblico è stato oggetto di una nuova dimensione, in cui si è assistito a una diminuzione delle auto e a un maggiore impiego della mobilità ciclistica. Inoltre, si è anche visto che è possibile cambiare il modo di vivere la città. La maggiore presenza di verde e addirittura di animali selvatici sono la spia che è c’è la possibilità di vedere crescere la biodiversità in città. Inoltre, la pandemia ha aumentato la consapevolezza della necessità di una qualità dell’aria più alta.

Aggiungiamoci poi che come parte del piano di ripresa e resilienza, la Commissione europea destina il 38% dei fondi alla lotta ai cambiamenti climatici. È un segnale eloquente che nei prossimi anni la resilienza urbana e climatica non sarà una scelta “elitaria”, ma una volontà comune. Una volontà mirata a elevare la stessa qualità della vita e apportare anche opportunità occupazionali ed economiche significative.

Perché se anche non c’è una correlazione diretta tra pandemia e inquinamento, è evidente che società già esposte a un rischio ambientale e di salute dovute allo smog come è in particolare il nord Italia o altre aree mondiali maggiormente colpite si è maggiormente esposti al rischio pandemico.

A che punto è il piano oggi divenuto Resilient Cities Network, composto da città impegnate a costruire e investire nella resilienza urbana?

Il Resilient Cities Network si è strutturato e la metodologia e le azioni che sono state pensate nella precedente esperienza di 100 Resilient Cities fa parte di un piano più ampio di ripartenza della città. Il metodo è condiviso e le azioni avviate sono state anche utili e messe in pratica, per esempio, a Milano dopo il lockdown. Le azioni della strategia di resilienza sono perfettamente allineate con tutte le priorità delle diverse missioni componenti il PNRR e la stessa visione dell’Unione Europea.

Accanto alla necessità di infrastrutture verdi e di una maggiore forestazione, che apporto può fornire la digitalizzazione per città resilienti?

La dematerializzazione dei servizi alla persona che l’amministrazione comunale sta portando avanti sono un importante contributo alle tematiche ambientali, sia per la riduzione delle emissioni sia anche nel minore apporto di carta per documenti o altre pratiche.

Milano Parco Sempione
Milano Parco Sempione

Diventa quindi un’opportunità importante in termini di emissioni evitate. Inoltre è uno strumento di assoluto rilievo per la pianificazione e la progettazione del verde, oltre ai progetti già avviati (uno tra tutti ForestaMI) a livello pubblico e privato.

La digitalizzazione aiuta anche ad avere un livello conoscitivo più particolareggiato della città. Può contribuire, quindi, a dare priorità a interventi riguardanti la riduzione dell’impatto del climate change, ma anche alla necessità di un abbellimento e di una maggiore qualità dello spazio costruito. Questo, soprattutto, in aree dove c’è poco verde, e nella riduzione di fenomeni di evidente degrado.

La digitalizzazione aiuta anche ad avvicinare l’amministrazione pubblica e i cittadini. Transizione digitale ed ecologica sono due pilastri su cui stiamo lavorando per la ripartenza della città.

A proposito di mobilità, Milano come si pone in termini di maggiore sostenibilità e vivibilità?

Se consideriamo la mobilità dolce, oggi si può contare su circa 150 km di nuove strade aperte che prevedono sia piste ciclabili in struttura leggera – sia “zone 30” e progressivamente trasformate per essere messe in sicurezza (tra il 2020 e il 2021 sono state realizzate 339 strade a 30 all’ora; prima del 2019 erano 24nda). Oggi si può notare il progressivo aumento di bici circolanti, addirittura sono la quota maggioritaria in alcune infrastrutture viarie importanti come corso Buenos Aires. La pandemia ha comportato molti cambiamenti, ha anche accelerato un cambio culturale che ha favorito la mobilità dolce. Il percorso, certo, è ancora lungo, ma intanto è stato avviato e intende cercare di conciliare tutte le esigenze di mobilità e trasporto.

Quali saranno i prossimi passi come Chief Resilience Officer del Comune di Milano?

A ottobre con ogni probabilità ci saranno le elezioni comunali. Noi ci siamo impegnati a concludere le attività che abbiamo avviato e continuare a lavorare a livello locale al piano di ripresa e resilienza. Dopo le elezioni, il sindaco eletto valuterà il nostro operato: la nostra è una direzione di progetto, temporanea. L’importante sarà continuare a lavorare per mettere in pratica tutto quello che è stato previsto in questi anni e proseguire sia per la ripartenza sia per fronte alle sfide nella transizione climatica.

Scritto da
Andrea Ballocchi