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Recovery Fund ed efficienza energetica: ripartiamo dagli smart building

Scritto da
Andrea Ballocchi
Recovery Fund ed efficienza energetica: ripartiamo dagli smart building

Pensare di trasformare il patrimonio immobiliare italiano in smart building sembra un’utopia. Ma se si vuole sperare di arrivare alla neutralità climatica nel 2050 occorre lavorare da subito a un parco immobili decarbonizzato e ad alta efficienza energetica.

L’Italia ha un’opportunità unica che si traduce in 209 miliardi di euro. Sono quelli che l’Unione Europea stanzierà per il nostro Paese mediante il cosiddetto “Recovery Fund”.

Perché allora non credere di riqualificare l’edilizia esistente puntando a edifici intelligenti, in grado di coniugare efficienza energetica e gestione smart degli impianti? Per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione posti dall’UE occorre che cominci fin d’ora “a recepire al meglio le relative direttive europee”. Lo ha affermato Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club che ha organizzato il convegno “Ripartire dagli edifici smart nel post Covid: verso i decreti attuativi dell’EPBD 3 per cogliere l’opportunità del Recovery Fund”.

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Da colabrodo a smart building: l’edilizia alla prova dell’efficienza energetica

Il patrimonio immobiliare nazionale è uno dei più datati d’Europa. “L’età media delle nostre scuole è di 53 anni, con importanti problematiche ambientali; il 75% degli impianti dei nostri ospedali ha bisogno di essere rinnovato e meno del 10% degli edifici adibiti ad uffici rappresenta quell’‘alto di gamma’ che garantisce comfort, sostenibilità e attrattività per investimenti e uso”, ha affermato Laura Bruni, coordinatrice del GdL Kyoto Club Efficienza Energetica e Trasformazione Digitale.

Ed è proprio la transizione digitale l’obiettivo verso cui guardare per ripensare l’edilizia innovativa e sostenibile.

L’opportunità per mettere in atto la digital transformation del patrimonio immobiliare la offre l’Europa, che intende mettere a disposizione dei singoli Stati il Next Generation EU, un piano da 750 miliardi di euro.

Come cogliere le opportunità del Recovery Fund

Di esso fa parte il dispositivo per la ripresa e la resilienza – il cosiddetto “Recovery Fund” – che ne costituisce il maggiore canale di finanziamento. All’Italia spetta la fetta più cospicua: circa 209 miliardi. Ogni Paese dovrà poi presentare un piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), che dovrà essere ultimato entro il 2026. Esso deve prevedere il 20% di investimenti nel digitale e il 37% in spese collegate al clima e alla sostenibilità.

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 Il patrimonio immobiliare italiano è in gran parte datato

Digitale e sostenibilità possono, anzi devono, trovare una base comune: gli edifici. A questo proposito Kyoto Club cinque proposte per attuare un Recovery plan efficace che comprenda la possibilità di finanziare la digital transformation degli immobili come strategia di crescita sostenibile, l’opportunità di prevedere la presenza di sistemi di gestione e controllo (BACS) nella riqualifica immobiliare e legare premialità integrative all’uso dello Smart Readness Indicator (SRI). A questi, sempre in ottica di innovazione, si aggiunge anche la richiesta di lanciare un programma pluriennale per rinnovare gli edifici, analogo al piano Industria 4.0.

Direttiva Europea EPBD 3 e decreti attuativi per l’efficienza energetica e l’intelligenza

Occorre però partire dal recepimento della Direttiva Europea 2018/844. Essa modifica la 2010/31/UE sulla prestazione energetica nell’edilizia, più conosciuta come EPBD (Energy performance of building directive), e la 2012/27/UE sull’efficienza energetica.

In questo senso, ha rilevato Nicola Badan, di Schneider Electric Italia e Kyoto Club, la direttiva ha vari elementi innovativi: l’efficienza energetica quale parte attiva della metodologia per valutare la prestazione energetica degli edifici; l’obbligo dove possibile dei BACS (Building Automation and Control System) nei grandi edifici non residenziali, con impianti termici con potenza nominale utile singolarmente superiore a 290 kW; la possibilità di introdurre requisiti di monitoraggio elettronico e di regolazione per i residenziali. Un elemento particolarmente innovativo è l’introduzione dello SRI (Smart Readiness Indicator) per classificare un edificio intelligente.

Tale recepimento è avvenuto lo scorso 10 giugno, col D.Lgs 48 ma ne sono stati mantenuti alcuni limiti, tra i quali il mantenimento su base volontaria dell SRI, motore della transizione digitale degli edifici.

Smart Readiness Indicator: l’asse della trasformazione digitale e sostenibile degli edifici

Smart Readiness Indicator è il cuore dell’intelligenza dell’edificio: impiantistica, distribuzione elettrica, microgrid locali, parte IT, elementi deputati a security e safety convergono tutti verso questo punto.

Ecco perché è importante l’indicatore per predisporre all’intelligenza gli edifici, e lo ha sottolineato lo stesso Badan: potrebbe essere lo strumento per attuare la certificazione dello stato dell’edificio in termini di prontezza digitale, efficienza energetica, sostenibilità, salute e benessere delle persone, comfort, gestione intelligente degli spazi e distanziamento sociale, sicurezza. Inoltre la sua messa in pratica avrebbe una ricaduta positiva sulla filiera e conferirebbe una maggiore attrattività per il mercato immobiliare sia a livello nazionale che internazionale.

L’SRI è considerato un asse strategico (premiante), il motore della trasformazione digitale e sostenibile degli edifici per un efficace utilizzo dei fondi Next Generation EU. Può essere il driver premiante nei processi di finanziamento nazionali ed europei, perché indicatore internazionalmente riconosciuto per il rinnovamento immobiliare digitale e green. Da qui la richiesta della necessità di un robusto quadro regolatorio a supporto della 2018/844 e del Decreto Legislativo n.48 che “rappresentano un’ottima base, ma così non sono sufficienti”.

Dalla conferenza è emersa più volte la richiesta che i decreti attuativi che dovranno essere stilati includano principi chiari per permettere di massimizzare la sostenibilità degli edifici (esistenti e nuovi) nel medio e lungo termine.

Smart building sì, ma prima si punti al riscaldamento

Gli edifici intelligenti devono essere prima di tutto energeticamente efficienti. Lo ha affermato sin da subito il vicepresidente Ferrante, segnalando che l’efficienza energetica deve essere alla base delle politiche energetiche al centro del Green Deal “sia per motivi evidenti di beneficio ambientale ma anche perché stimolare l’innovazione, specialmente in edilizia, può essere un formidabile driver per nuovo lavoro”.

Quindi, alle fondamenta dei futuri smart building, ci deve essere un impianto di riscaldamento adeguato. Oggi quelli presenti nelle abitazioni rappresentano una delle principali cause dell’inquinamento delle città. “Il riscaldamento è responsabile di oltre il 19% delle emissioni climalteranti prodotti dal nostro Paese e del 60% delle polveri sottili nelle aree urbane – ha rilevato il direttore di Kyoto Club Sergio Andreis – In Italia sono installati oltre 19 milioni di caldaie a gas e si stima che più di 7 milioni di caldaie siano antecedenti alla direttiva 90/396/CE sulle prestazioni degli apparecchi a gas che rischiano di essere sostituite da altri impianti a gas, più efficienti ma non risolutivi del problema di inquinamento locale e globale che producono”.

Inoltre lo stesso Andreis ha ricordato l’energia consumata per il riscaldamento di edifici e forniture d’acqua rappresenti il 28% del totale dell’energia consumata nella UE, l’80% dei consumi finali di energia delle abitazioni e il 12% del totale delle emissioni di CO2 equivalenti UE. Sempre a livello UE, l’85% del riscaldamento centralizzato è alimentato con fonti energetiche fossili.

Da qui ha sottolineato, insieme alle necessarie misure di sostegno verso la transizione per le aziende del settore, la necessità di puntare su sistemi di riscaldamento domestico green, escludendo dal superbonus 110% quelli che utilizzano fonti fossili. Tale misura andrebbe inserita “fra gli obiettivi della prossima legge di bilancio e negli interventi prioritari del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza (PNRR)”.

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