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Comunità energetiche in Italia tra incentivi e opportunità

Scritto da
Gianluigi Torchiani
Comunità energetiche in Italia tra incentivi e opportunità

Unire le forze tra privati cittadini e aziende per affrancarsi quanto più possibile dall’acquisto di energia dalla rete grazie all’utilizzo di fonti di energia rinnovabili e all’autoconsumo. Quello delle comunità energetiche è un tema che da sempre affascina addetti ai lavori del mondo delle rinnovabili e non, anche per la forte valenza sociale che la diffusione di questo modello potrebbe avere. Ma, soprattutto, le comunità energetiche potrebbero avere un impatto economico positivo per il nostro Paese, come ha messo in evidenza un recente studio presentato dall’Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano.

Energy community: i riferimenti europei

Come spesso accade nel mondo dell’energia, i riflettori sulle comunità energetiche si sono accesi soprattutto sulla spinta dell’Unione europea, con ben due direttive che fanno riferimento esplicito alle comunità energetiche. La RED II, renewable energy directive, in particolare, approvata nel dicembre 2018 e da recepire nel nostro Paese entro il 2020, definisce chiaramente le Renewable Energy community (REC): si tratta di un soggetto giuridico che, conformemente al diritto nazionale applicabile, si basa sulla partecipazione aperta e volontaria; tali soggetti devono essere autonomi e devono essere effettivamente controllati da azionisti o membri che sono situati nelle vicinanze degli impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili. L’obiettivo delle REC è fornire benefici ambientali, economici o sociali a livello di comunità ai suoi azionisti o membri o alle aree locali in cui opera, piuttosto che profitti finanziari.

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Comunità energetiche: le novità del Decreto Milleproroghe

In Italia ci sono stati i primi passi importanti verso il recepimento normativo, innanzitutto con il Decreto Milleproroghe febbraio 2020 e poi con il documento di consultazione 112/20 elaborato da Arera (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente), adottato nell’aprile 2020. In questo contesto di rinnovata attenzione, l’Energy & Strategy group ha provato a capire, molto concretamente, quale possa essere nel medio termine l’impatto economico derivante dalle comunità energetiche. A questo scopo sono stati realizzati tre simulazioni su altrettanti contesti (condominio, quartiere residenziale più uffici, polo industriale), per cui sono stati stimati i costi per la creazione e gestione delle Energy Community, nonché i possibili ricavi, legati alla produzione elettrica, al mancato pagamento degli oneri di sistema sull’elettricità e alla disponibilità di un sistema di incentivazione ad hoc.

Il ruolo dell’autoconsumo

L’analisi mette in luce come la sostenibilità economica risulti essere un driver fondamentale per la diffusione delle comunità energetiche e degli autoconsumatori collettivi, in particolare nel caso in cui si preveda il coinvolgimento di soggetti terzi nell’ambito di queste iniziative (quali ad esempio le Esco). Che, soprattutto in questa fase di partenza, appaiono fondamentali per la diffusione del modello delle comunità energetiche. Così come lo sono altrettanto i sistemi di supporto: in particolare in linea con gli obiettivi naturali delle Comunità energetiche, la logica dovrebbe essere quella di stabilire un incentivo esplicito e diretto per l’autoconsumo, nonché di misure ad hoc per supportare l’adozione dei sistemi di accumulo e delle smart grid che, altrimenti, non sarebbero sempre convenienti.

Incentivi per la diffusione delle Comunità energetiche

Il lavoro del gruppo di studio del Politecnico di Milano ha fatto il punto sull’impatto a livello di sistema energetico derivante dalla diffusione delle energy community, secondo tre diversi scenari (medio, basso, alto). Anche secondo la previsione più pessimistica, l’impatto delle REC non sarebbe affatto disprezzabile: nel periodo 2021-2025 potrebbero svilupparsi ben 700 energy community, che coinvolgerebbero 15.000 nuclei familiari, 4.000 uffici e 200 Pmi, per complessivi 100 MW di impianti installati. Ben altro l’impatto sarebbe nello scenario medio, con circa 3.600 MW di impianti installati e ben 26.000 soggetti tra energy community e autoconsumatori collettivi. Questi 3.600 MW, tra l’altro, garantirebbero il raggiungimento del 55% dell’obiettivo per il fotovoltaico stabilito dal Pniec al 2025, producendo circa 4.400 GWH l’anno.

Per lo sviluppo di uno scenario di questo tipo lo Stato dovrebbe mettere a disposizione circa 5,5 miliardi di euro di incentivi, mentre i fornitori di energia vedrebbero i loro introiti ridotti di oltre 3,2 miliardi di euro. In compenso i benefici sarebbero importanti per una pluralità di soggetti: innanzitutto per i membri delle comunità energetiche che, tra incentivi e risparmio di energia, metterebbero in cascina ben 4,2 miliardi di euro. Altri 2,3 miliardi netti finirebbero nelle tasche dei fornitori di impianti fotovoltaici e sistemi di accumulo, mentre i soggetti terzi come le Esco avrebbero un beneficio di 2,2 miliardi. Per ottenere una diffusione ancora più forte delle Comunità energetiche (5400 MW) sarebbe invece necessario un esborso molto importante da parte dello Stato, negli ordini dei 10 miliardi euro, che potrebbe complicare la sostenibilità complessiva dell’incentivazione delle fonti rinnovabili.

Insomma, in conclusione, lo sforzo economico legato alle comunità energetiche garantirebbe un beneficio complessivo per la filiera energetica nel suo complesso. Queste comunità, oltre ad assicurare un contributo importante al raggiungimento degli obiettivi europei in materia di energia e ambiente, potrebbero poi offrire un prezioso supporto alla stabilità del sistema elettrico. Questo grazie alla presenza dei sistemi di accumulo, rimediando così ai problemi legati alla naturale intermittenza delle energie alternative come eolico e fotovoltaico.

Scritto da
Gianluigi Torchiani