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Il ruolo delle Multiutility italiane nella transizione energetica

Scritto da
Gianluigi Torchiani
Il ruolo delle Multiutility italiane nella transizione energetica

Sino a non molto tempo fa, le energie rinnovabili e le tecnologie innovative erano viste come frutto degli investimenti di privati o di piccole aziende indipendenti, sino ad allora rimaste completamente estranee alle dinamiche del mercato dell’energia. Al contrario le utility e le multiutility erano associate a un modo tradizionale di intendere l’energia, legato alle risorse fossili e a una produzione di tipo centralizzata. Questa ripartizione, in effetti, è stata veritiera per tutti i primi anni di sviluppo delle fonti alternative: che erano viste dalle utility con un misto di fastidio e scetticismo. Sino a una dozzina di anni fa, infatti, le fonti pulite erano considerate inaffidabili ed estremamente costose, rendendo peraltro possibile il temutissimo avvento della figura del prosumer, il produttore-consumatore di energia, che avrebbe potuto potenzialmente mettere fine al modello consolidato (e per decenni estremamente remunerativo) di vendita, fondato sulla produzione centralizzata e rivendita di energia a milioni di consumatori (privati e aziende). Ma, progressivamente, utility e multiutility si sono accorte del potenziale economico delle energie rinnovabili o, comunque, sono state “forzate” a farlo, da una normativa che sta progressivamente imponendo la chiusura degli impianti a fonti fossili più inefficienti sotto il punto di vista ambientale.

Il ruolo chiave delle multiutility in Italia

Primi tra tutti gli impianti alimentati a carbone, che l’Italia chiuderà (il cosiddetto Phase Out) entro il 2025, ma più in prospettiva (guardando al 2050 e alla completa decarbonizzazione del settore energetico) anche il gas dovrebbe subire questa stessa sorte. La conseguenza è che, oggi, le multiutility sono chiamate a giocare un ruolo chiave nella trasformazione e nella decarbonizzazione del settore energetico: anzi, è possibile dire che, senza di esse, non sarebbe possibile immaginare il raggiungimento degli obiettivi in materia di energia e ambiente al 2050.

Prima di spiegare il perché è forse però opportuno spiegare di che cosa stiamo esattamente parlando quando utilizziamo l’espressione “multiutility”: con questo termine ci si riferisce alle imprese di servizi di pubblica utilità, siano esse pubbliche o private, nazionali o locali, che operano contemporaneamente in più settori (energia elettrica, gas naturale, acqua, rifiuti) e con una forte presenza nelle fasi finali di distribuzione e vendita. Come è facile da immaginare, le multiutility sono organizzazioni che hanno un impatto estremamente significativo per l’economia nazionale: la corretta ed efficace gestione dei sevizi essenziali, infatti, rappresenta infatti una precondizione imprescindibile per qualsiasi sistema Paese. A partire, naturalmente dall’energia elettrica, senza la quale nessuna moderna società potrebbe oggi funzionare. Non stupisce dunque che, secondo in numeri forniti da Utilitalia, che utility e multiutility in Italia generino un fatturato complessivo di circa 42 miliardi di euro, con circa 130mila occupati diretti.

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Gli investimenti per la riconversione del sistema elettrico

Non solo: già oggi, secondo le rilevazioni di Istat, tra tutti i settori economici, quello delle multiutility è il settore con la più alta quota di imprese che hanno avviato azioni per ridurre l’impatto ambientale (81,1%, quasi 15 punti percentuali al di sopra della media italiana, pari a 66,6%). Ulteriori indicazioni importanti sul percorso intrapreso dalle multiutility italiane arrivano dallo studio Top Utility, realizzato dalla società di consulenza Athesys, che ha preso in considerazione le 100 maggiori utility italiane: nel 2019 gli investimenti hanno superato quota 6,6 miliardi di euro (pari a circa lo 0,3% del Pil italiano), il 18,7% in più rispetto all’anno precedente. Il rapporto sottolinea come ben il 47% di questi investimenti sia legato proprio al settore elettrico: dunque in un solo anno oltre 3 miliardi di euro l’anno sono stati investiti nelle energie rinnovabili, ma anche in soluzioni che abilitino questo passaggio, vale a dire in tecnologie capaci di digitalizzare e ottimizzare il funzionamento delle reti in ottica Smart Grid. Infatti, oltre che generare energia elettrica, le utility devono venderla ai clienti finali, dunque sono tenute ad assicurarsi che questa venga trasmessa sino ai luoghi di consumo senza creare disservizi alla rete elettrica. Un trend che dovrebbe proseguire anche nei prossimi anni, nonostante le ripercussioni economiche legate all’emergenza Covid-19: secondo un’analisi di Utilitalia sui piani strategici approvati per il periodo 2018-2022 dalle più grandi multiutilities italiane che operano prevalentemente nel settore energy, il volume di investimenti programmati (Capex) dovrebbe essere compreso tra i 12 e i 14 miliardi di euro, con una media di circa 2,5 miliardi di euro all’anno, di cui circa la metà del totale di questi investimenti programmati sarà destinata alle reti elettriche, del gas e per il teleriscaldamento. Mentre circa 3 miliardi di euro sono destinati ad iniziative e a progetti finalizzati a favorire l’efficienza energetica, la diffusione delle rinnovabili e la mobilità sostenibile.

Uno scatto per la decarbonizzazione

È chiaro, però, che nei prossimi anni servirà un ulteriore scatto in avanti: il Pniec prevede al 2030 una sostanziale duplicazione della capacità eolica (circa + 10 GW rispetto al 2017) ed una quasi triplicazione della capacità fotovoltaica (circa + 33 GW rispetto al 2017) installate sul territorio nazionale. Per raggiungere questi numeri servirà senz’altro il contributo delle multiutility, chiamate a investire in progetti di grande taglia, ma anche a favorire la realizzazione di piccoli impianti da parte della propria base clienti. Inoltre, il Pniec prevede che per garantire l’abilitazione allo sviluppo delle fonti rinnovabili non programmabili nel periodo 2017-2030 occorreranno investimenti non inferiori a 46 miliardi di euro (+16 miliardi rispetto allo scenario a politiche correnti): nel dettaglio, 26 miliardi di euro saranno appannaggio di interventi sulle reti di distribuzione, almeno 10 miliardi di euro per lo sviluppo della rete di trasmissione nazionale e altri 10 miliardi di euro per realizzare nuovi sistemi di accumulo sulle reti (pompaggi e batterie). Anche in questo caso, oltre al ruolo del gestore della rete nazionale (Terna) ci sarà bisogno di un importante contributo delle utility, soprattutto a livello locale. Senza contare che -come mette in luce un report della Fondazione Ambrosetti – le multiutility vanno sempre più trasformandosi da erogatori e distributori di servizi standard (elettricità, gas, acqua, ecc.), in fornitori di servizi sempre più diversificati (basti pensare ai contatori intelligenti, alle reti d’illuminazione delle strade intelligenti, ai servizi personalizzati di raccolta dei rifiuti, alla gestione del risparmio energetico nelle abitazioni, etc.). Assicurando così un ulteriore contributo alla gestione efficiente e sostenibile dell’energia elettrica in una società chiamata alle sfide dell’elettrificazione e della decarbonizzazione.

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Scritto da
Gianluigi Torchiani