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Città: conquistare il pubblico nella conversazione sul climate change

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Città: conquistare il pubblico nella conversazione sul climate change

Articolo a cura di Rodolfo Pinto, di SuperUrbanity


La lotta al cambiamento climatico è senza dubbio poggiata su basi scientifiche, incontrovertibili e non opinabili.

Ma perché allora le opinioni pubbliche e leader politici vari ne mettono in discussione la veridicità? (E con discreto successo in tutto il mondo?)

Una risposta possibile è che la scienza parla, giustamente, il linguaggio dei numeri, ma non sono i numeri a muovere l’opinione pubblica, non sono i numeri a significare la vita delle persone.

Tonnellate di Co2 equivalente, PM10, PM2.5, GHG, sono tutte sigle e unità di misura vuote e incomprensibili per gran parte delle persone.

Sono tutti indicatori fondamentali, e sono i segni attraverso cui possiamo monitorare, misurare, comprendere. Non rappresentano però nulla per i cittadini e di conseguenza cessano di avere importanza per chi cerca il loro voto.

L’altro errore, forse più grave ancora, è stato quello di impostare la transizione climatica delle aree urbane e dei settori industriali in modo troppo ideologico. Un esempio su tutti: gli obblighi di transizione all’elettrico del comparto automotive.

Al netto delle considerazioni sul litio e sulle terre rare (e sui loro impatti ambientali in Sudamerica e Africa) non si è pensato ai costi di quella transizione per i cittadini, agli investimenti necessari sulle reti elettriche di tutto il mondo e alle complesse sfide geopolitiche annesse all’accesso alle materie prime essenziali per l’auto elettrica.

Non ci siamo dimenticati forse di guardare all’anima della transizione climatica? Raccontarne non solo l’obiettivo ambizioso ed etico nei confronti della salvaguardia della casa comune, ma soprattutto gli impatti qualitativi, concreti e densi di significato per i cittadini delle nostre città?

Chiunque viva in una qualsiasi città occidentale o asiatica, senza distinzioni tra città piccole, medie, grandi o megalopoli sta soffrendo gli stessi identici problemi e limitazioni nella propria interazione con la città.

Spazio e tempo

La vivibilità delle città si sta comprimendo sia in relazione allo spazio – intere zone sono di fatto inagibili a causa delle temperature elevate e dell’assenza di climate shelter – sia in relazione al tempo – sono sempre di più i mesi di caldo torrido e le ore di afa che rendono impossibile fruire appieno dei servizi e delle aree urbane.

Tutto questo ha effetti sociali a causa della riduzione delle interazioni e al conseguente aumento della solitudine ed effetti economici con vie dello shopping e ristoranti che vedono ridotti gli afflussi di persone.

Salute

 La ricaduta principale del climate change nelle aree urbane è legata alla salute.

Non solo rispetto all’effetto delle temperature, che aumentano il rischio di malattie cardiache e mettono a rischio le fasce deboli della popolazione, ma anche rispetto alla qualità dell’aria che aumenta il rischio di malattie respiratorie e di tumori e riduce di molto la salubrità degli ambienti urbani, oltre appunto all’aumento della solitudine, che rappresenta la più grande malattia del nostro tempo.

Crescita economica

Altro aspetto fondamentale dell’azione climatica nelle città è la crescita economica.

La transizione crea posti di lavoro nuovi e dà l’opportunità alle nostre città di diventare laboratori di sperimentazione di tecnologie e policy, di potenziare la presenza e l’interazione con università e centri di ricerca, di attrarre talenti e di aumentare la capacità economica e l’intelligenza del territorio. Allo stesso tempo gli investimenti sull’efficientamento degli edifici, che in Sud Europa rappresentano la principale leva di transizione climatica, aumentano il valore economico degli immobili privati espandendo la ricchezza disponibile nel tempo e riducendo i consumi di energia.

Questi elementi sono la vera essenza della lotta al cambiamento climatico e non si esauriscono in numeri e grafici ma piuttosto sono rappresentati dalla possibilità di un bambino di respirare a pieni polmoni nel centro di Vicenza o da un anziano che in piena estate può camminare in un parco nella periferia di Torino e trovare sollievo nell’ombra di un albero, che in quel momento sta assorbendo chilogrammi di Co2 Equivalente ma sta anche determinando la possibilità di quell’anziano di fruire dello spazio aperto e di accedere alla potenza dell’incontro con gli altri.

Il consenso pubblico è la pietra angolare di una sfida che coinvolge scienza, politica e industria

Il consenso pubblico non è solo ciò che legittima la politica alla gestione del potere, ma è un elemento fondamentale per tenere insieme una comunità rispetto a sfide che sono ambiziose e di lungo periodo. Dare un’identità alla lotta al cambiamento climatico e saperne trasferire l’urgenza e le ricadute sono elementi forse meno concreti dell’installazione di 10Kw di pannelli fotovoltaici o dell’elettrificazione della flotta di mezzi pubblici, ma sono il prerequisito da cui non si può prescindere, pena il fallimento totale della missione.

Allo stesso tempo il consenso pubblico, quando opportunamente combinato all’interesse pubblico, fornisce un’ottima guida per non dimenticarsi che il fine ultimo di ogni potere politico, specialmente di chi amministra le città, è la qualità della vita dei propri cittadini e il fine non deve essere confuso con i mezzi, dei quali alle persone conta relativamente poco.

Tecnologia hardware, software e intelligenza artificiale sono armi molto potenti che abbiamo a disposizione, ma sono strumenti usati dalle persone e per le persone e in questo senso le armi più importanti nel fare città restano immaginazione e visione, oltre al pragmatismo necessario a far stare insieme impatti a lungo termine e benefici immediati.