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Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) rappresentano uno degli strumenti più innovativi e inclusivi della transizione energetica. Permettono a cittadini, imprese ed enti locali di produrre, condividere e consumare energia rinnovabile generando benefici ambientali ed economici diffusi. Eppure, a dieci anni dall’avvio delle prime sperimentazioni, il quadro italiano è ancora in chiaroscuro.
Secondo i dati GSE aggiornati a settembre 2025, in Italia si contano 1.127 configurazioni di autoconsumo diffuso, per un totale di 115 MW installati e quasi 10 mila utenze coinvolte . Di queste, 597 sono vere e proprie CER, equivalenti a 67,7 MW di potenza complessiva. Lombardia, Piemonte e Sicilia guidano la classifica regionale: la prima registra 181 configurazioni, di cui 98 CER, mentre il Piemonte detiene la maggiore potenza installata, con quasi 20 MW complessivi .
Numeri significativi, ma ancora lontani dalle aspettative: gli operatori si attendevano un vero boom dopo l’entrata in vigore del DM 414/2023, che ha stabilito regole definitive e incentivi stabili. Così non è stato.
Facciamo un punto della situazione partendo dal Rapporto pubblicato da Legambiente.
Il PNRR aveva destinato 2,2 miliardi di euro alle CER nei piccoli comuni, ma ritardi, regole poco chiare e iter complessi ne hanno rallentato l’efficacia. Emblematico il caso della Sicilia, dove un bando da 61,5 milioni di euro è andato totalmente deserto, scoraggiato da requisiti incoerenti e burocrazia pesante . Situazione simile nel Lazio, dove a fronte di 14 milioni di euro disponibili sono arrivati appena due progetti.
Non stupisce, dunque, che il Governo abbia chiesto alla Commissione europea di rimodulare i fondi, destinando parte delle risorse non impegnabili entro il 2026 ad altre voci di spesa. Una riduzione che comporta il taglio di 1 miliardo dei 1,6 inizialmente previsti per le CER .
Eppure esempi virtuosi non mancano: l’Emilia-Romagna ha attivato 71 nuove configurazioni grazie a bandi chiari e ben strutturati, mentre Lombardia e Veneto stanno sperimentando modelli replicabili e inclusivi.
Il rapporto Legambiente evidenzia un elenco lungo e ricorrente di criticità. La prima, segnalata quasi all’unanimità dalle comunità interpellate, riguarda burocrazia e rapporti con il GSE: iter autorizzativi lenti, portale percepito come inefficiente, ripetute richieste documentali, difficoltà nell’aggiornare le configurazioni e tempi di risposta superiori ai 120 giorni .
A questo si aggiungono:
difficoltà nel trovare cittadini e imprese interessati, per scarsa conoscenza del modello;
instabilità normativa e frequenti aggiornamenti dei criteri di ammissione;
complessità nel definire la forma giuridica (ETS, cooperativa, associazione);
barriere all’accesso al credito e meccanismi di anticipazione economica troppo onerosi per piccoli comuni e famiglie.
Il risultato è un Paese diviso: accanto a territori in cui le CER diventano laboratori di innovazione sociale, energetica e tecnologica, esistono aree in cui la transizione si inceppa. Alcuni piccoli comuni si trovano paradossalmente al crocevia di più cabine primarie, rendendo complessa anche solo la definizione del perimetro operativo della comunità.
Eppure le case history raccolte nel rapporto dimostrano che il modello funziona: dalle CER solidali come Illuminati Sabina e Le Vele alle esperienze di rigenerazione comunitaria in Emilia-Romagna, Toscana, Molise e Friuli Venezia Giulia, le comunità che ce l’hanno fatta mostrano benefici concreti: riduzione dei costi, contrasto alla povertà energetica, partecipazione civica, sviluppo di nuovi servizi locali.
Per Legambiente, la priorità è chiara: semplificazione. Serve uno scorporo diretto in bolletta dell’energia condivisa, procedure più snelle, strumenti di finanziamento stabili e accessibili, supporto tecnico ai piccoli comuni e una campagna nazionale di informazione pubblica.
Il modello delle CER ha già dimostrato di saper ridurre emissioni, costi e disuguaglianze. Ora c’è bisogno che l’Italia lo accompagni, invece di ostacolarlo.