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Videosorveglianza e privacy: norme e sanzioni

Videosorveglianza e privacy: norme e sanzioni

Videosorveglianza e privacy, che cosa prevedono GDPR e Provvedimento del Garante della Privacy nel 2019

Ogni installazione di telecamere di videosorveglianza che avvenga in luoghi, aperti o chiusi, frequentati dal pubblico – quali strade, piazze, negozi, centri commerciali, uffici, aziende – è disciplinata da regolamenti e provvedimenti ai quali è bene attenersi se non si vuole ledere il diritto alla privacy dei cittadini e incorrere in sanzioni penali. Ma procediamo per gradi.

Il regolamento dell’Unione Europea noto con la sigla GDPR – General Data Protection Regulation, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Europea il 4 maggio 2016 e divenuto operativo a partire dal 25 maggio 2018, si occupa di trattamento dei dati personali e di privacy.

Non tratta specificatamente degli aspetti relativi alla privacy legati alla videosorveglianza. Entra nel merito con una sezione dedicata all’utilizzo delle telecamere intelligenti – dotate di software di video analisi in grado di analizzare i comportamenti dei soggetti ripresi e di identificarne caratteristiche fisiche – e lo fa sempre in riferimento al trattamento dei dati rilevati.

Argomento, questo, di cui ci occuperemo in seguito. La disciplina attuale italiana per quanto riguarda la videosorveglianza fa riferimento al Provvedimento del Garante della Privacy del 2010.

Che cosa significa in sostanza? Che quanto contenuto nel GDPR in materia di videosorveglianza va applicato alla luce di quanto indicato nel  Provvedimento del Garante della Privacy del 2010.

Sono due gli adempimenti previsti dal Provvedimento del Garante: il primo riguarda l’area inquadrata dalla telecamera (quello che la telecamera “vede” dal punto esatto in cui è installata), il secondo l’informativa sulla privacy mediante il cartello “Area videosorvegliata”.

L’inquadratura

Quando l’impianto di videosorveglianza controlla un punto preciso di un’aera delimitata quale, ad esempio, può essere l’ingresso di un negozio, la telecamera deve inquadrare solo le porzioni della proprietà.

L’esempio classico è quello del piccolo esercizio commerciale al quale viene contestato il fatto che la telecamera, oltre all’entrata, inquadra anche porzioni di strada, riprendendo tutti indistintamente, non solo coloro che entrano nel locale.

Il Provvedimento su questo punto è molto chiaro: l’inquadratura può spingersi fino all’area del marciapiede prossima al bordo del negozio e non oltre, in modo che non siano identificabili i passanti. Questo è il primo adempimento previsto.

L’informativa breve sulla privacy

Il secondo adempimento riguarda il cartello che informa sul fatto che l’area in cui ci si trova è videosorvegliata.

Il cartello equivale a un’informativa breve sulla privacy e va posto prima che si entri all’interno della zona soggetta a riprese video.

Un cartello che informa in ritardo, non mette il pubblico nelle condizioni di scegliere se dare il proprio consenso oppure negarlo, vale a dire se farsi riprendere oppure evitare di mettere piede nella data area.

Importante è anche la sua visibilità in ogni condizione di luce. Un’informativa sulla privacy non tempestiva oppure poco visibile a causa del formato del cartello o per il suo posizionamento, espone al rischio di segnalazioni al Garante, con conseguenti sanzioni penali.

Il cartello va compilato: innanzitutto deve contenere il nome del titolare del trattamento delle immagini (ragione sociale dell’azienda o nome del proprietario del negozio, ad esempio) e i suoi dati di contatto. Il titolare è colui il quale definisce i mezzi e le finalità dell’impianto di videosorveglianza installato.

Il cartello deve anche contenere il nome del responsabile del trattamento delle immagini, vale a dire chi riceve e visiona le immagini riprese, ovvero una società esterna che funge da supporto e che tratta i dati per conto del titolare.

Inoltre, se un dipendente dell’azienda titolare visiona le immagini, deve essere autorizzato tramite apposita nomina e deve ricevere una formazione adeguata.

La formazione deve fornire i principi generali relativi al trattamento dei dati e le basi su come trattare le immagini, sui loro tempi di conservazione e su come cancellarle definitivamente.

Relativamente ai tempi di conservazione, il Provvedimento prevede 24 ore estendibili a 48. Ma, per alcune attività come quelle degli Istituti bancari, ad esempio, i tempi si allungano a sette giorni. Se si necessita di un prolungamento, si deve sempre interpellare il Garante della Privacy.

Normativa per telecamere intelligenti

È il GDPR – General Data Protection Regulation a pronunciarsi sugli aspetti legati alla privacy relativi all’utilizzo delle telecamere intelligenti.

Dove, per “telecamera intelligente” si intende un dispositivo evoluto di ripresa video, dotato di Intelligenza Artificiale a bordo, in grado di analizzare, rilevare e identificare caratteristiche fisiche e comportamenti dei soggetti ripresi.

Tra le funzioni più interessanti delle telecamere intelligenti, troviamo il riconoscimento facciale, la capacità di seguire il tragitto delle persone in movimento (rilevando come “evento anomalo” l’eventuale sconfinamento in un’area delimitata) e il riconoscimento di suoni e rumori.

Che cosa prevede il GDPR per questa tipologia di telecamere di videosorveglianza? Innanzitutto, restano validi i due adempimenti previsti dal Provvedimento del Garante della Privacy del 2010 sull’area inquadrata dalla telecamera e sull’informativa sulla privacy mediante il cartello “Area videosorvegliata” (vedi paragrafo precedente “Videosorveglianza e privacy, che cosa prevedono GDPR e Provvedimento del Garante della Privacy nel 2019”). Tali adempimenti sono la base.

Telecamere con riconoscimento facciale

Nel caso specifico di una telecamera con riconoscimento facciale a bordo, la ripresa e l’analisi dei tratti del volto sono processi automatizzati.

Il trattamento dei dati è, dunque, automatizzato, vale a dire che, una volta attivato, non è soggetto ad alcun intervento umano che possa impedirlo o modificarlo.Questo che cosa presuppone? In linea generale, va specificato nell’informativa breve sulla privacy (cartello“Area videosorvegliata”): chi transita in un luogo soggetto a videosorveglianza con riconoscimento facciale, va preventivamente avvisato.

Ma, ancora prima di render operativo un sistema video con face detection a bordo – o, comunque, qualsiasi sistema di videosorveglianza per mezzo di telecamere intelligenti – esiste l’obbligo, da parte del titolare del trattamento delle immagini (colui che definisce i mezzi e le finalità dell’impianto di videosorveglianza installato), della valutazione di impatto sulla protezione dei dati (D.P.I.A.- Data Protection Impact Assessment), ai sensi dell’art. 35 del GDPR.

Obbligo di valutazione di impatto sulla protezione dei dati, ai sensi dell’art. 35 del GDPR

La valutazione di impatto sulla protezione è, nella pratica, un documento di valutazione preventiva dei rischi derivanti dal trattamento dei dati che si intende effettuare.

Rischi per la libertà e per il diritto alla privacy di tutti coloro che potrebbero essere ripresi da telecamere intelligenti, dotate di software di riconoscimento facciale a bordo oppure di altre funzioni di video/audio-analisi.

Questo documento ha l’obiettivo di analizzare in modo puntuale la struttura del trattamento, quali sono le sue finalità e se vengono trattati solo i dati necessari.

Nella redazione di tale documento, il titolare del trattamento viene assistito dal responsabile del trattamento dei dati (chi riceve e visiona le immagini riprese), il quale deve poter fornire ogni informazione necessaria alla corretta valutazione dei rischi per la privacy.

Rilevati eventuali rischi per gli utenti, il titolare del trattamento deve poter individuare concrete misure tecnico-organizzative atte a ridurre, o ad annullare del tutto, tali rischi.

Quando, dal documento, emerge che il trattamento dei dati è causa di un rischio relativamente elevato per gli utenti, c’è l’obbligo di interpello preventivo al Garante della Privacy.

Il Garante interviene solo sulla base delle valutazioni fatte dal titolare del trattamento contenute nel documento, indicando ulteriori misure da adottare per ridurre i rischi, fino ad ammonire il titolare o a vietare il trattamento stesso, quindi a vietare l’utilizzo dell’impianto di videosorveglianza mediante telecamere intelligenti.

Telecamere nei luoghi di lavoro: che cosa prevede la normativa

L’installazione di telecamere di videosorveglianza nei luoghi di lavoro è regolata dall’articolo 4 della Legge n. 300 del 20 maggio 1970 – nota come Statuto dei Lavoratori – modificato dall’articolo 23 del Decreto Legislativo del 14 settembre 2015 n. 151, attuativo del Jobs Act.

È stato, dunque, il Jobs Act ad attuare il cambiamento, intervenendo su una normativa ormai cristallizzata, che non teneva conto di un mercato video in pieno sviluppo e delle innovazioni tecnologiche che hanno marcato la sua evoluzione.

Alla luce delle modifiche apportate nel 2015, oggi, lo Statuto dei Lavoratori consente l’utilizzo di dispositivi per il controllo a distanza dei lavoratorisolo ed esclusivamente per “esigenze organizzativo-produttive, per la sicurezza sul lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale”.

Ma, in linea con le indicazioni del Garante della Privacy, vieta tassativamente la videosorveglianza professionale al solo scopo di controllare il lavoro e i comportamenti dei dipendenti.

Le autorizzazioni e l’informativa ai lavoratori

Lo Statuto dei Lavoratori impone che, prima di installare sistemi di videosorveglianza nei luoghi di lavoro, il datore stipuli un accordo collettivo con i rappresentanti sindacali oppure, laddove questi non siano presenti o in caso di mancato accordo, chieda esplicita autorizzazione all’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Ma non è tutto. Per potere utilizzare lecitamente gli strumenti di videocontrollo, i dipendenti devono essere sempre correttamente informati.

Il GDPR – General Data Protection Regulation, regolamento dell’UE in materia di trattamento dei dati personali e privacy, entrato in vigore lo scorso 25 maggio in tutta l’Unione, è molto chiaro su questo punto: fra gli obblighi del datore di lavoro, c’è quello di fornire ai suoi dipendenti un’adeguata informativa sul trattamento dei dati video, prima ancora che le telecamere vengano installate e che possano, quindi, riprenderli, anche solo “potenzialmente”.

Che cosa significa? Che, senza una corretta informativa al dipendente, nei luoghi di lavoro non è consentita nemmeno la presenza di telecamere spente.

Che cosa va specificato nell’informativa

Il lavoratore deve innanzitutto essere messo al corrente circa la presenza di telecamere e gli accordi preventivi con i sindacati o con l’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Ma, fondamentale è, nell’informativa, fornire esatta comunicazione riguardo al trattamento dei dati video e alle tempistiche di conservazione delle immagini registrate.

Più in particolare, il datore deve nominare per iscritto – e comunicarne i nomi – i responsabili e gli incaricati del trattamento delle immagini, vale a dire chi potrà intervenire sull’utilizzo delle telecamere e chi visionerà le immagini, le conserverà e le cancellerà al momento opportuno.

Nominate queste figure, è rigorosamente vietato l’accesso di altri soggetti alle immagini, salvo che si tratti delle Forze dell’Ordine.

Le immagini registrate vanno conservate per non più di 24 ore, estendibili a sette giorni previa autorizzazione dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro e del Garante della Privacy.

È possibile conservarle per tempi molto più lunghi, solo nel caso in cui si siano verificati illeciti in azienda o dove vi siano indagini in corso da parte delle autorità giudiziarie.

Gli obblighi del datore di lavoro

Autorizzazioni e informativa a parte, il datore di lavoro ha l’obbligo di esporre il cartello “Area videosorvegliata” all’ingresso dell’azienda o comunque prima di accedere ai locali in cui siano presenti telecamere di videosorveglianza.

Tra gli altri obblighi, ricordiamo l’inquadratura delle sole aree ritenute a rischio (per esigenze organizzativo-produttive, sicurezza sul lavoro o tutela del patrimonio aziendale), rispettando sempre la riservatezza dei lavoratori.

I dati video raccolti per ragioni organizzativo-produttive, la sicurezza sul lavoro o la tutela del patrimonio aziendale, non possono essere utilizzati per finalità diverse – fatte salve eventuali esigenze da parte delle autorità giudiziarie – né possono essere diffusi o comunicati a terzi.

Le telecamere, inoltre, non possono riprendere luoghi riservati esclusivamente ai dipendenti quali servizi e/o spogliatoi.

Quando il dipendente può fare causa al datore?

Qualora si verifichino determinate condizioni, il dipendente può contestare – o addirittura citare in giudizio – il suo datore di lavoro.

Una prima condizione si ha quando il lavoratore non viene correttamente informato della presenza di impianti video in azienda: in questo caso, può ricorrere a una contestazione attraverso il sindacato.

La causa legale vera e propria è, invece, perseguibile solo quando il datore agisce con provvedimenti gravi nei confronti del dipendente sulla base delle immagini registrate, dimostrando, così, di essersi servito della videosorveglianza per controllarlo nelle sue mansioni, nei suoi comportamenti.

A quel punto, il lavoratore sospeso o licenziato, ha la possibilità di impugnare il provvedimento di fronte a un giudice.

Ricordiamo che il datore che viola la disciplina prevista dallo Statuto dei Lavoratori e dal Garante privacy rischia il pagamento di un’ammenda o l’arresto, ai sensi dell’art.38 della Legge n. 300/1970.

Garante della privacy e videosorveglianza in condominio

Quando si parla di impianti di videosorveglianza condominiali, è d’obbligo distinguere tra installazione di telecamere nelle parti comuni e installazione di telecamere nelle aree private dell’edificio. È da questa differenziazione che si dipana il dibattito.

Due sono i riferimenti normativi che disciplinano la materia: il Provvedimento del Garante della Privacy del 2010 e la Legge 11 dicembre 2012, n. 220, sulla Riforma del Condominio (entrata in vigore il 18 giugno 2013) e, più in particolare, l’art. 1122-ter contenuto al suo interno. Iniziamo da quest’ultimo.

Telecamere di videosorveglianza nelle parti comuni

La Riforma del Condominio del 2012, con l’introduzione dell’articolo 1122-ter del codice civile, ha legittimato l’installazione di sistemi di videosorveglianza nelle parti comuni del condominio, tra cui il portone di ingresso, l’androne, il pianerottolo, il garage, il cortile, il giardino, vietando l’inquadratura delle aree private, ovvero gli ingressi delle singole abitazioni e i balconi, oltre ai luoghi e alle strade circostanti, agli esercizi commerciali e agli altri edifici.

L’installazione delle telecamere va sempre approvata dall’assemblea condominiale mediante regolare votazione: se non viene raggiunta la maggioranza dei voti, nessuna telecamera potrà essere utilizzata. Raggiunto, invece, il quorum, si procede.

Ma valgono sempre le regole stabilite dal Garante della Privacy nel suo Provvedimento del 2010, prima fra tutte quella in base alla quale ogni impianto di videosorveglianza deve avere come unico obiettivo la tutela di beni e persone e non il controllo dei comportamenti altrui.

Tassativamente vietato, dunque, l’utilizzo di telecamere condominiali per monitorare, con finalità punitive, i comportamenti di qualche residente.

Gli obblighi dell’amministratore di condominio

Se a deliberare è l’assemblea, a contattare le aziende installatrici e a raccogliere i preventivi è, invece, l’Amministratore di condominio.

Sempre a suo carico, l’affissione del cartello “Area videosorvegliata”, che dovrà essere posto in più punti dell’edificio.

In particolare, il Garante, per l’ambito condominiale, ha previsto un cartello più semplice, con un’informativa minima: nome del titolare del trattamento delle immagini (il condominio stesso) e la finalità dell’installazione delle telecamere, che deve necessariamente essere “per motivi di sicurezza e tutela del patrimonio comune”.

L’informativa completa (modalità delle riprese e nome del responsabile del trattamento delle immagini, ovvero chi riceve e visiona le immagini) è lasciata, invece, a un unico cartello, posto possibilmente all’ingresso.

In questo caso, il responsabile del trattamento delle immagini è lo stesso amministratore oppure una figura esterna di supporto da lui nominata.

Le immagini registrate possono essere conservate per un periodo di tempo non superiore alle 24-48 ore e i dati video raccolti possono essere visionati solo da soggetti incaricati e solo in caso di illecito – danneggiamenti alle parti comuni, furti nelle abitazioni, violenze personali – dopo regolare denuncia alle autorità competenti e su esplicita richiesta.

Telecamere di videosorveglianza nelle aree private

Al contrario dell’installazione di telecamere nelle parti comuni, le telecamere di videosorveglianza nelle aree private del condominio vengono installate su decisione dal singolo condòmine, con l’unica finalità di sorvegliare la propria abitazione.

Il privato, dunque, decide su propria libera iniziativa, senza alcuna delibera dell’assemblea condominiale, né autorizzazione da parte dell’amministratore. Ma deve comunque rispettare le regole indicate dal Garante della Privacy. Quali?

Non ha alcuno obbligo di segnalare la presenza del sistema di videosorveglianza con apposito cartello, ma è tenuto a rispettare l’altrui diritto alla privacy, installando telecamere che inquadrino solo ed esclusivamente il suo spazio privato: la propria porta di casa, la porzione di pianerottolo prossima al suo uscio, il proprio posto auto.

Al privato sono vietate le riprese di tutte le aree comuni del condominio – il cortile, l’intero pianerottolo, le scale, l’intero garage e le zone antistanti l’abitazione di altri condomini.

Non rispettando tali prescrizioni, viola il Codice della Privacy, incorrendo nell’applicazione delle sanzioni previste e al risarcimento dei danni ai soggetti lesi nella sfera privata.

Normativa per telecamere di videosorveglianza nei negozi

A disciplinare l’installazione di telecamere di videosorveglianza nei negozi è il Provvedimento del Garante della Privacy del 2010 con, in particolare, gli adempimenti relativi all’area inquadrata e all’informativa mediante il cartello “Area videosorvegliata”.

Il primo adempimento prevede che l’impianto di videosorveglianza installato all’esterno di un negozio inquadri solo la propria area di pertinenza, spingendosi, al massimo, fino all’area del marciapiede prossima al bordo del locale: la telecamera puntata verso l’ingresso deve inquadrare solo le porzioni della proprietà, evitando le porzioni di strada, i passanti e le auto.

Il secondo adempimento contenuto nel Provvedimento del Garante della Privacy del 2010 riguarda, invece, il cartello che informa sul fatto che l’area in cui ci si trova è videosorvegliata.

Il cartello equivale a un’informativa breve sulla privacy e va posto all’ingresso dell’esercizio commerciale, in modo che sia immediatamente visibile al cliente che vi entra.

Ricordiamo che un’informativa sulla privacy non tempestiva oppure poco visibile a causa del formato del cartello o per il suo posizionamento, espone al rischio di segnalazioni al Garante, con conseguenti sanzioni penali.

Il cartello deve contenere il nome del “titolare” del trattamento delle immagini (il proprietario del negozio), il quale definisce i mezzi e le finalità dell’impianto di videosorveglianza installato, e il nome del “responsabile” del trattamento delle immagini, ovvero colui che riceve, visiona e cancella le immagini riprese (solitamente una società esterna, che funge da supporto e che tratta i dati per conto del titolare).

I tempi di conservazione delle immagini registrate prevedono 24 ore estendibili a 48. Per ogni prolungamento che vada oltre, si deve sempre interpellare il Garante della Privacy e motivare nel concreto la nuova tempistica.

Non solo esercizio commerciale, ma anche luogo di lavoro

In ogni negozio, oltre al flusso di clienti, vi sono persone che svolgono una regolare attività lavorativa.

Dunque, il proprietario dell’esercizio è anche un “datore di lavoro”, con tutte le implicazioni che tale ruolo comporta dal punto di vista della normativa sulla privacy. Che cosa significa?

Che l’installazione di telecamere di videosorveglianza nei negozi deve rispettare anche quanto contenuto nell’articolo 4 della Legge n. 300 del 20 maggio 1970 – nota come Statuto dei Lavoratori – modificato dall’articolo 23 del Decreto Legislativo del 14 settembre 2015 n. 151, attuativo del Jobs Act. E, in primis, il fatto che i dispositivi di videocontrollo installati rispondano solo a esigenze organizzativo-produttive, a esigenze legate alla sicurezza sul lavoro oppure alla tutela del patrimonio esistente all’interno del negozio stesso.

Accordo con i rappresentanti sindacali oppure richiesta di autorizzazione all’Ispettorato Territoriale del Lavoro

Che cosa deve fare il proprietario del negozio che intenda dotare il proprio esercizio commerciale di un impianto di videosorveglianza?

Lo Statuto dei Lavoratori impone che il datore di lavoro stipuli un accordo con i rappresentanti sindacali oppure, laddove questi non siano presenti o in caso di mancato accordo, chieda esplicita autorizzazione all’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Inoltre, deve informare i dipendenti sul trattamento delle immagini, come prescritto dal GDPR – General Data Protection Regulation, regolamento dell’UE in materia di trattamento dei dati personali e privacy, entrato in vigore lo scorso 25 maggio in tutta l’Unione.

Il trattamento dei dati video nei luoghi di lavoro, infatti, deve sempre essere autorizzato dal lavoratore.

Il proprietario del negozio, nonché datore di lavoro, deve nominare per iscritto – e comunicarne i nomi ai dipendenti – i responsabili del trattamento delle immagini, vale a dire chi potrà intervenire sull’utilizzo delle telecamere e chi visionerà le immagini, le conserverà e le cancellerà al momento opportuno.

L’accesso di altri soggetti alle immagini è vietato, a eccezione delle Forze dell’Ordine.

I dati video raccolti non possono essere utilizzati per finalità diverse – fatte salve eventuali esigenze da parte delle autorità giudiziarie – né possono essere diffusi o comunicati a terzi.

Il proprietario del negozio può inquadrare i suoi dipendenti?

Fino a qualche anno fa, l’impianto di videosorveglianza installato nei luoghi di lavoro non poteva inquadrare direttamente i dipendenti.

All’interno degli esercizi commerciali, l’esempio emblematico era dato dalla telecamera posta in prossimità della cassa: doveva inquadrare solo la cassa, appunto, onde poter registrare qualsiasi atto illecito e tentativo di rapina, ma il suo angolo di ripresa doveva accuratamente tralasciare il volto del/della cassiere/cassiera.

La circolare n. 5 del 19 febbraio 2018 dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha introdotto una novità importante in materia, ovvero la possibilità di inquadrare direttamente i lavoratori, senza oscurane il volto.

Ma, alla base di tale scelta, devono esserci precise ragioni, direttamente correlate allasicurezza sul lavoro oppure alla tutela del patrimonio aziendale. Altrimenti non è ammessa.

E la stessa logica vale per la possibilità di visionare, da postazione remota, sia le immagini live che quelle registrate dalle telecamere nei luoghi di lavoro. Senza le motivazioni suddette, non è consentita.

Normativa per la videosorveglianza privata

Chi decide di proteggere la propria abitazione – casa indipendente oppure appartamento condominiale – per mezzo di telecamere di videosorveglianza, non è soggetto ad alcuna richiesta di autorizzazione.

Concetto – questo – già espresso nel Provvedimento del Garante della Privacy del 2010, in cui si sottolinea come, qualora l’impianto di videosorveglianza venga utilizzato solo per fini personali, con un trattamento delle immagini non affidato a terzi, il Codice della Privacy non trovi applicazione.

Ma è con il parere n. drep/ac/113990 del 7 marzo 2017 che il Garante della Privacy approfondisce la questione, specificando che, chi installa un impianto di videosorveglianza a uso “domestico”, non ha l’obbligo di segnalarne la presenza mediante il cartello “Area videosorvegliata”, né di rispettare le direttive in merito ai tempi di conservazione delle immagini registrate.

Libertà e autonomia, dunque. Ma a una condizione: che le telecamere non invadano lo spazio altrui e che si rispetti il diritto alla privacy di ognuno.

Gli obblighi per l’installazione di telecamere esterne di videosorveglianza privata

Il Provvedimento del Garante della Privacy del 2010 impone che le telecamere installate all’esterno delle abitazioni indipendenti (villette, grandi ville e strutture residenziali molto estese) inquadrino esclusivamente la propria area di pertinenza – cancelli, porte di ingresso, portoni, muro che circonda il perimetro – evitando le zone soggette al pubblico passaggio, tra cui le residenze private attigue, porzioni di marciapiedi, strade, negozi, edifici.

Quando, per ragioni di spazio, questo non è possibile, è necessario impedire che la telecamera riprenda il volto dei passanti, limitando il raggio della ripresa alle sole scarpe.

Per quanto riguarda il videocitofono – considerato, anch’esso, un sistema di videosorveglianza – le immagini riprese non devono essere utilizzate per fini diversi da quelli della sicurezza personale e della protezione della propria residenza.

Anche le telecamere installate nelle aree private di una struttura condominiale devono inquadrare solo ed esclusivamente il proprio spazio: la porta di casa, la porzione di pianerottolo prossima all’uscio, il proprio posto auto.

Al privato sono vietate le riprese di tutte le aree comuni del condominio, vale a dire l’intero pianerottolo, le porte di ingresso alle altrui abitazioni, le scale, l’intero garage.

Se non si seguono in modo puntuale tali direttive, si incorre nel reato di “interferenza illecita nella vita privata”, che prevede una reclusione da sei mesi a quattro anni con, in più, il rischio di dover pagare un risarcimento morale nei confronti di colui che è stato ripreso illecitamente dalle telecamere.

Telecamere interne e collaboratori domestici: che cosa fare per essere in regola

Sempre in linea con il Provvedimento del Garante della Privacy, le telecamere poste all’interno delle residenze private devono essere installate in modo da non inquadrare direttamente finestre e balconi, evitando, in questo modo, di riprendere lo spazio esterno alla casa, dunque altre proprietà e altri soggetti. Insomma, il nocciolo è sempre il rispetto della privacy altrui.

Ma l’aspetto saliente, nel caso dell’installazione di telecamere interne, riguarda l’eventuale presenza di collaboratori domestici regolarmente assunti – comprese colf, badanti, babysitter e altre figure professionali dedite al lavoro domestico – che, all’interno dell’abitazione videosorvegliata, svolgono, a tutti gli effetti, un’attività, lavorativa, il cui datore è il proprietario stesso dell’abitazione.

Incrocio particolare, questo, sul quale si è espresso l’Ispettorato Nazionale del Lavoro con la nota 1004/2017, nella quale si legge: “Il rapporto di lavoro domestico è sottratto alla tutela dello Statuto dei Lavoratori (legge n. 300/1970) poiché, in questo caso, il datore di lavoro è un soggetto privato, non organizzato in forma di impresa”.

Dunque, al proprietario dell’abitazione/datore di lavoro non vengono imposti gli obblighi previsti dallo Statuto dei Lavoratori in merito all’installazione di telecamere di videosorveglianza nei luoghi di lavoro, bensì quanto prescritto dall’Ispettorato del Lavoro: l’utilizzo delle telecamere di videosorveglianza ha il solo scopo di proteggere la propria casa, le persone che vi abitano e i propri beni e non di controllare il lavoro e i comportamenti dei collaboratori domestici; il proprietario dell’abitazione deve informare il personale di servizio circa la presenza di telecamere all’interno della casa e la loro esatta posizione; fatto questo, deve avere il suo consenso al trattamento delle immagini (visione, gestione, cancellazione). Senza il consenso da parte di colf, badanti, baby sitter e di altri collaboratori domestici, infatti, le telecamere, in loro presenza, dovranno rimanere spente.

Scritto da
Paola Cozzi