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La user experience si evolve con la digital transformation in azienda

La user experience si evolve con la digital transformation in azienda

È dalle esperienze che facciamo che impariamo. È un processo tipico dell’evoluzione umana che funziona anche nelle aziende. Oggi questo processo è ancora più accelerato, dato che le possibilità offerte dalla tecnologia sviluppano combinazioni e opportunità impensabili fino a qualche anno fa.

Consideriamo l’Internet of Things, giunto ormai in una fase matura, e così pure la business intelligence e data analytics. Da qui si sviluppa ancor più il concetto di user experience (UX), che oggi entra in gioco nel processo di digital transformation delle aziende.

Ma non solo: l’interazione uomo-macchina per lo sviluppo di esperienze d’uso ancora più immersive e funzionali si sta sviluppando in contesti assai diversi e sta contribuendo alla evoluzione degli spazi, che siano smart spaces aziendali, commerciali, industriali e che un giorno riguarderà sempre più la smart city.

Roberto Vogliolo
Roberto Vogliolo, innovation designer, partner AVIXA

«Stiamo notando sempre più spesso che la grande diffusione che stanno avendo l’IoT e la digitalizzazione dei processi produttivi è frutto di esigenze concrete del cliente di costruire user experience in grado di permettere di fruire dei dati raccolti nel modo più naturale ed efficace possibile». A dirlo è Roberto Vogliolo, innovation designer, partner AVIXA, Audiovisual and Integrated Experience Association e membro del comitato scientifico di LUMI.

È lui a delinearci un trend sempre più evidente di mercato e una richiesta sempre più spinta riguardo alla digital transformation in azienda: costruire progetti di user experience in seguito all’implementazione dell’Internet delle Cose capaci di generare milioni di dati e modificare i processi aziendali.

«Tutto questo genera sempre più spesso richieste non solo da ambiti tradizionali, come smart retail o smart home evoluta, ma anche da settori inusuali quali il manifacturing o addirittura l’agricoltura e l’allevamento. Da qui nasce l’esigenza di creare delle interfacce uomo-macchina sempre più efficaci e dall’altra di generare la possibilità di visualizzazione dati da parte di chi li deve controllare e sviluppare per fare analisi e prendere decisioni sempre più efficaci a fornire le soluzioni necessarie. Quindi stiamo assistendo a una user experience che sta cambiando per ambiti di applicazione e per modalità. È un processo evolutivo di trasformazione digitale dell’azienda del tutto naturale: il mondo sta cambiando e questo genera un’interazione uomo-macchina sempre più innovativa», sottolinea Vogliolo.

In questo contesto in continua evoluzione e innovazione, gli smart spaces come stanno cambiando?

Gli smart spaces stanno diventando più flessibili. Negli uffici già da tempo si nota come non ci siano praticamente più uffici singoli o doppi, ma sempre più spazi polifunzionali e anche in altri ambiti questo sta divenendo una consuetudine. Anche nel contesto industriale, all’interno di uno stabilimento si combinano ambiti produttivi veri e propri con aree meeting o di condivisione di documentazione e di collegamento remoto. Quindi da una parte la digital transformation aziendale rende l’ambiente più duttile dal punto di vista dei devices utilizzati e delle dimensioni di configurazioni, dall’altra si mescolano sempre più contesti di lavoro fissi con altri dinamici, mettendo così in contatto persone, ma in maniera più esperienziale, condividendo documenti e informazioni attraverso spazi, appunto, flessibili.

Oltre all’IoT, quali altre tecnologie si vanno a integrare in questa rinnovata visione di user experience in azienda?

Sono altrettanto basilari strumenti di data analytics e business intelligence; è una richiesta comune in tutte le aziende con cui lavoriamo. Qualsiasi sia l’applicazione e settore di mercato c’è l’esigenza di raccogliere dati, analizzarne in modo corretto una mole sempre più grande e trarre informazioni e decisioni corrette. A ciò si aggiunge il tema della Intelligenza artificiale che va a unirsi o sovrapporsi nell’analisi dei dati oppure entra nei processi non solo in fase di analisi e predizione, ma anche a supporto all’operatività.

Questo tipo di soluzioni immersive e migliorative della realtà che ci circonda può essere applicabile alla smart city?

Penso che la smart city sia di fatto il terreno di gioco su cui si svilupperanno le prossime innovazioni. Diverse visioni dei big player del mercato confermano questo scenario. Tutti stanno considerando la città, ambiente principe di vita delle persone, come il palcoscenico su cui si svolgerà la prossima rivoluzione. Ci sono già tecnologie applicate che cominciano a diffondersi e sono convinto che saranno sempre di più anche perché le persone saranno sempre più abituate a interfacciarsi con esse nella vita quotidiana.

Cosa significa essere uno user experience designer?

L’Experience Design mira a sviluppare esperienze emozionali applicando tecnologie innovative. Il nostro lavoro è proprio quello di progettare e creare esperienze d’uso efficaci e naturali applicando e integrando le ultime tecnologie e soluzioni disponibili. Questo sempre tenendo ben presente che la tecnologia è un mezzo e non un fine e che l’uomo e le sue esigenze restano sempre l’unico obiettivo.

Parlando dell’experience design, degli studiosi di Harvard hanno catalogato il tipo di esperienza in base a due parametri: il livello di immersione e il livello di interazione. Si va quindi dall’esperienza immersiva, che deve essere molto coinvolgente e suscitare emozioni, con un livello alto di immersione e di interazione, a una più didascalica, in cui il fruitore è più passivo di fronte all’esperienza, con molte altre possibilità intermedie.

È importante poi considerare nella gestione di un ambiente altri tre aspetti: il target (i fruitori), il contesto (esistono degli standard internazionali su devono essere messi i monitor ad esempio o sugli aspetti audio-video) e il content (il contenuto che è ovviamente fondamentale). Come si fa a mixare questi tre elementi per arrivare a una exceptional experience? Soltanto mettendo insieme competenze diverse, lavorando in team con vari professionisti. Questo è lo scopo dell’Associazione, perché siamo convinti che facendo crescere il mercato possiamo lavorare meglio. Oggi dobbiamo quindi condividere e integrare il più possibile le varie competenze, di ingegneri, system integrator, designer, architetti ecc.

Questo è l’obiettivo che si prefigge anche LUMI (21 e 22 novembre a BolognaFiere), la manifestazione che abbiamo deciso di sostenere come associazione (AVIXA), che punta a rappresentare e a mettere insieme tutto l’ecosistema del mercato dell’integrazione e spinge fortemente il concetto di Internet of minds, ovvero la necessità di maggiore collaborazione e condivisione di dati e informazioni tra figure professionali differenti.

In questo scenario, lo user experience design dove troverà più spazio, che ruolo avranno le tecnologie e quale importanza avrà l’integrazione di competenze?

Progettare e realizzare UX è sempre più affascinante perché stanno nascendo e sviluppandosi sempre nuove tecnologie. Il nostro approccio, però, parte sempre dall’uomo ed è la strada migliore. Occorre ricordarsi sempre che quanto stiamo sviluppando è e dev’essere di utilità principalmente per l’uomo, per vivere delle esperienze capaci di migliorare la propria vita. La tecnologia in questo senso è il mezzo, non il fine: deve dare il necessario supporto, ma deve essere più nascosta nella fase di fruizione.

Altrettanto importante, occorre che sia sempre più conosciuta da chi lavora su questo tipo di progetti, altrimenti il rischio è creare soluzioni concettualmente molto belle, ma difficilmente attuabili dal punto di vista tecnico, oppure lasciarsi affascinare troppo dalla tecnologia e creare così applicazioni non funzionali e naturali per il fruitore. Ecco perché è importante lavorare in ottica di cross competence: servono competenze tecnologiche, di design, di scienze umane che permettano insieme di creare il giusto mix per una efficace user experience all’interno di ambienti intelligenti.

Mi piace pensare al concetto di experience by design, analogo a quello introdotto con la GDPR di privacy by design, ovvero di tutela della privacy già in fase di progettazione. Occorre quindi creare un’esperienza per l’utente pensata sin dall’inizio della progettazione degli smart spaces e non aggiunta successivamente.

Scritto da
Andrea Ballocchi